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Categoria: viaggi

Iran – Oltre ogni pregiudizio

Da qualche anno ho scoperto di avere una passione per il Medio Oriente e per i viaggi che amo definire in un certo senso “hardcore”. Per gli agi, le comodità e i viaggi semplici c’è tempo.

Graffito raffigurante Khomeini sui muri esterni dell’ex ambasciata americana a Teheran.

Piccolo riassunto del mio luglio 2019
Amico qualsiasi: “Cosa fai ad agosto?”
Io: “Faccio un viaggio in Iran”.
A questo punto di solito le risposte andavano da un classico “te sei scemo” a un molto soddisfacente: “che c***o ci vai a fare?”
Sono anni che covavo questo viaggio e ad agosto in compagnia di un amico e due amiche si decolla (dopo uno scalo comodo di 24 ore a Kiev) destinazione: l’Impero del Male.

Riassunto più lungo del mio agosto 2019
Il primo impatto è stato strano e come nella migliore tradizione iraniana è iniziato all’interno di un taxi. Mi ricordo perfettamente quella sensazione di leggero timore misto a curiosità mentre osservavo fuori dal finestrino Teheran che si svegliava e la grande macchina che ripartiva come in ogni città. Tutto il resto però ve lo racconterò in 10 punti fondamentali per capire l’Iran e per farvi venire voglia di partire…e mangiare.

Le persone

Prima di partire, mi piace viaggiare un po’ con la fantasia consultando resoconti, blog ed esperienze di altre persone. La cosa che mi sorprendeva ogni volta era l’opinione entusiasta di chiunque fosse tornato da un viaggio in Iran riguardo al popolo iraniano. Da quello che in Occidente è solito che essere chiamato impero del male, stato canaglia, paese più pericoloso per la pace nel mondo, mai mi sarei aspettato qualcosa di simile e invece… E invece succede che per strada, vista la quasi assenza di turisti e stranieri, eravamo come dei divi, venivamo fermati spesso per una foto, per fare un po’ di “practice” in inglese, per chiederci le nostre opinioni sull’Iran o per conoscere qualcosa su di noi e sull’Occidente. Una volta siamo addirittura stati invitati a un matrimonio, e cosa fai dici di no? Ovunque si respirava una grande voglia di apertura verso il mondo esterno ma allo stesso tempo un grande orgoglio e amore per il proprio paese. 
Chiedere le indicazioni a qualcuno significava mobilitare un intero mercato alla ricerca di una persona che parlasse inglese che ci potesse aiutare, l’invito di un commerciante ad entrare nella bottega per bere un the significava veramente voler passare del tempo con noi senza aver un doppio fine. Gli iraniani amano stare in compagnia: a Esfahan durante la sera, il lungofiume e la piazza sono affollati di persone che fanno pic-nic. 
Il popolo iraniano è estremamente accogliente, curioso e umile, è qualcosa di culturalmente molto forte. In Iran ti sentirai sempre un ospite ben voluto e ti sentirai sempre, in ogni istante al sicuro.

La cucina

Perdersi nelle cucine locali è un viaggio dentro il viaggio come in ogni viaggio e anche e soprattutto quando si è in Medio Oriente. In Iran si mangia carne, tanta carne e poi riso allo zafferano, tanto riso allo zafferano. 
Il modo migliore per andare alla scoperta della cucina iraniana (e di qualsiasi paese) è lasciarsi guidare dai local. Ci è capitato spesso di essere fermati per strada e dopo un po’ di conversazione, essere invitati a cena a casa di uno sconosciuto: in Italia è qualcosa di impensabile, li è normale, andateci. I ristoranti sono tutti ottimi e anche nei migliori non spenderete mai più di 8/10 euro a testa. Sappiate però che al ristorante si va a mangiare il piatto re della cucina persiana, il kebab, e dopo un po’ di giorni rischierete di stancarvi. È proprio in quel momento che un invito a casa di una famiglia iraniana vi verrà in soccorso e vi aprirà le porte meravigliose della cucina persiana. 
Sul tavolo ci saranno sempre riso, carne, verdure e frutta secca (è il paradiso della frutta secca) con un sapiente uso zafferano e spezie.
Il kebab è il piatto nazionale, ma non è il kebab turco, si tratta di uno spiedino di carne macinata di agnello, manzo o pollo mescolato con prezzemolo e cipolla accompagnato da riso e verdure. Altre varianti prevedono diverse marinature o tagli di carne come quello con le costolette di agnello.
Ci sono poi vari tipi di stufato come il dizi con montone e ceci, la cui particolarità è che prima si mangia inzuppando il pane e poi bisogna schiacciare con la forchetta gli ingredienti per amalgamarli meglio. Molto amati anche i dolme, involtini di foglia di vite farciti di carne macinata, riso, verdure e spezie.
Un altro piatto da provare assolutamente è il fesenjan uno spezzatino di pollo con noci, cipolle e melagrana o il bademjan uno stufato di melanzane e pomodori tra i più caratteristici. 
Un piatto di riso accompagnerà sempre qualsiasi pietanza, il più classico è quello allo zafferano ma può essere farcito anche con mandorle, uva passa, buccia d’arancia, lenticchie, datteri, fave o pistacchi.
Gli iraniani hanno poi una notevole quantità di dolci come i famosi baghlava, il buonissimo gelato allo zafferano o il faloodeh simile a un sorbetto, è comporto da dei vermicelli di amido inzuppati in un sciroppo di zucchero, limone e acqua di rosa.
Divieto assoluto di consumo di alcolici, anche se prima della rivoluzione si produceva uno dei vini migliori al mondo (lo shirazi), in Iran si beve un ottimo the, succhi di frutta, il dough uno mix di yogurt e acqua fredda, ma soprattutto il miglior caffè espresso che tu possa bere al di fuori dell’Italia.

Una tipica cena iraniana: c’è il kebab, il riso allo zafferano, il bademjan e il dough.

La religione

La Persia è la terra dell’Islam sciita, è la terra dei sufi e dei dervisci cantati da Battiato ed è la terra della più antica religione monoteista del mondo, il Zoroastrismo. Sono rimaste poche comunità zoroastriane, ma il simbolo di Ahura Mazda o la pace e il silenzio nei Tempi del Fuoco sono un qualcosa di estremamente affascinante.
L’Iran però è soprattutto il paese islamico sciita più grande al mondo ed essendo un regime teocratico, l’Ayatollah è sia la più alta carica religiosa sia la maggior carica politica. Questo crea un gran numero di limitazioni, viaggiatori inclusi, come ad esempio l’obbligo del velo per le donne e l’obbligo di indossare i pantaloni lunghi per gli uomini. Nonostante questa forte religiosità apparente ci si renderà conto fin da subito che la maggior parte degli iraniani è atea, non pratica la religione e ha un forte desiderio di libertà dai dogmi.

La politica

Credo sia necessario fare un po’ di chiarezza: quello iraniano è a tutti gli effetti un regime dittatoriale religioso che non da spazio a libertà politiche e in cui le elezioni vengono puntualmente truccate. La teocrazia fa schifo, ma lo sono anche tutti i tentavi americani di rovesciarla. Gli iraniani hanno una gran voglia di cambiamento e di libertà, parlano continuamente di politica, sono stanchi del regime e della presenza assidua della religione. Mi auguro però che questo cambiamento avvenga dall’interno e non tramite una guerra come quella dei vicini Iraq e Afghanistan. 
L’Iran è uno stato islamico, non una società islamica, lo si capisce dopo pochi giorni nel paese. Il progetto di islamizzazione integralista nato con la rivoluzione del ’79 è fallito, dimenticate quindi il concetto di un Iran fatto di fondamentalisti islamici, fanatici religiosi e odiatori dell’occidente. La gente ha una gran ammirazione, curiosità e voglia di confrontarsi con gli europei e gli stranieri più in generale.

Bazar e moschee

Il bazar è il centro della comunità, è un via vai costante e continuo di persone che va avanti da secoli. Ce n’è uno in ogni città e ognuno ha la propria architettura e la propria storia.
Quello di Tabriz (uno di 23 siti siti patrimonio dell’Unesco presenti in Iran) è il più antico ed era uno snodo fondamentale lungo la via della seta. È lungo chilometri e come i supermercati moderni è diviso in aree a seconda delle merci. A farla da padrone sono ovviamente tappeti, frutta secca, the, spezie, prodotti in rame e ceramiche. Dimenticate tutto, perdetevi al suo interno, parlate coi commercianti e fate affari, mi sono portato a casa un tappeto fatto a mano per solo 30 euro.
Poi ci sono le moschee, con le piastrelle turchesi o rosa e le caleidoscopiche decorazioni. La bellezza è ipnotica, è un susseguirsi di colori, mosaici, geometrie, vetrate. Ma perché tutta questa bellezza nelle moschee iraniane? Il perché me lo sono immaginato così: la moschea è un luogo fresco, dona ristoro dopo un viaggio, da la possibilità di riposarsi su un morbido tappeto, le piastrelle in ceramica blu ricordano il mare e contrastano con il paesaggio desertico esterno. Si può chiacchierare, bere un the, vedere i bambini giocare. Sono inclusive e accoglienti a dispetto di quanto si pensi.

Una delle tantissime moschee blu.

Teheran

Tanti vi sconsiglieranno di andarci, ma passare qualche giorno in città è necessario per capire la società iraniana. Per scoprirla possiamo dividerla in tre: la storia, la rivoluzione e il moderno. La storia è rappresentata dalle sue perle artistiche come il Grand Bazar e il palazzo del Golestan. Per comprendere la rivoluzione del ’79 dal punto di vista iraniano dovrai andare all’ex Ambasciata Americana di Teheran, quella del film Argo. La Teheran moderna invece è rappresentata dalla torre Azadi, dalla torre Milad e dai palazzi del centro.
Per comprendere davvero Teheran però iniziate da un taxi, perché tutti prendono il taxi a Teheran ed è nel taxi che puoi fotografare e comprendere perfettamente la società iraniana attuale: in questo modo da mezzo di trasporto diventa mezzo di comunicazione. Jafar Panahi ha fatto un docufilm proprio su questo concetto, Taxi Teheran, Orso d’oro nel 2015 al Festival di Berlino.

Il deserto e Yazd

L’Iran è uno dei paesi più montuosi al mondo, al quale si alternano regioni semi-aride ricche di immensi deserti. Amo i deserti, mi ispirano, mi calmano, mi rendono felice e quindi fate come ho fatto io: andate in una moschea fatevi avvicinare da uno sconosciuto con al seguito quattro ragazze francesi che dice di essere una guida e si propone per portarvi nel deserto un giorno e una notte. A quel punto accettate la proposta, salite su una macchina guidata dall’amico della guida, tale Big Bear che non parla una parola di inglese e si fuma una canna dietro l’altra mentre guida sullo sterrato come se stesse facendo un rally. Dopodiché i punti salienti saranno, tramonto bevendo the e caffè sul lago salato con musica pompata dalle casse della macchina come i peggio tamarri, cena offerta da una famiglia di allevatori che abita alle porte del deserto, dormita di tre ore su un’asse di legno in una baracca piena di cavallette e alba sulle dune. Ah dimenticavo di quando ci ha quasi abbandonato in mezzo al deserto nel cuore della notte dicendoci di stare attenti agli scorpioni, salvo poi venirci a recuperare un’ora dopo. Meraviglioso, tutto meraviglioso. 
Ma meravigliose, anche se meno divertenti, sono le città del deserto, una su tutte è Yazd, situata in un’oasi su un altopiano a 1200 metri di altezza, che con i suoi minareti, le torri del vento, i caravanserraglio, i tappeti fu descritta anche da Marco Polo ne Il Milione. 

Il deserto Maranjab, tra Kashan e Yazd.

Le due Persepoli

Ci sono due Persepoli: una riguarda l’Iran a cavallo tra la rivoluzione islamica rappresentato nella graphic novel e nel film di animazione necessari di Marjane Satrapi. L’altra Persepoli invece sono i resti di una delle cinque capitali dell’Impero Achemenide, il sito archeologico meglio conservato dell’Impero Persiano. 
L’Iran è il paese giusto anche per gli amanti della archeologia, la sua storia è stato un susseguirsi di grandi imperi e dinastie: Assiri, Babilonesi, l’Impero Persiano, i Califfati Arabi, l’Impero Timuride, i Safavidi, i Cagiari, ognuno ha lasciato la propria traccia.

Esfahan

Esfahan è metà del mondo, questo è come viene definita la città per indicarne la sua bellezza immensa. Il cuore è la piazza Naqsh-e jahàn, tra le più grandi al mondo, che toglie il fiato: è un immenso giardino che ogni sera d’estate si riempie di famiglie che fanno picnic alla ricerca di un po’ di fresco. Circondata dai portici, sui lati si trovano l’immenso bazar, il palazzo reale e la moschea dello Scià composta dalle iconiche piastrelle blu e azzurre e dai suoi due minareti. 
E poi i giardini persiani di Chehel Sotun, la Moschea del Venerdì e il Ponte dei 33 archi, che di notte diventa un via vai di persone, spettacoli, canzoni. Questa città è una meraviglia. 

Piazza Naqsh-e jahàn, Esfahan, fotografata dalla mosche dello Scià.

Le luci di Shiraz e Kashan

Shiraz è la città del grande poeta Hafez, la cui tomba è pellegrinaggio di migliaia di persone ogni giorno. Ma Shiraz è anche la città con uno dei bazar più grandi e affascinanti dell’Iran ma è soprattutto è la città della moschea rosa, il simbolo dell’Iran (su Instagram). Al mattino i raggi del sole passano attraverso le vetrate e la luce viene riflessa all’interno della moschea creando un effetto spettacolare. E poi c’è Kashan, una città oasi, con le sue case storiche, la madrasa, i giardini e l’architettura unica del suo bazar.

La Mosche Nasir ol Molk, nota anche come Moschea Rosa, Shiraz.

L’Iran è un paese genuino e autentico, lontano dai grandi flussi del turismo di massa ma con un potenziale spropositato, con un popolo dal cuore enorme e con un bisogno estremo di apertura. Un viaggio che ispira, un viaggio per l’anima. 

Alla ricerca di se stessi in Bulgaria: tra infiniti spazi verdi, pullman sgangherati e calici di vino.

“Ma sei fuori di testa?”

Credo che questa sia una delle domande classiche che i genitori fanno quando la loro secondogenita si mette in testa di partire per un viaggio solitario in un paese sconosciuto. Ah, quella secondogenita sono io.

Mi chiamo Melanie e nonostante il nome che di italiano ha gran poco, sono nata e cresciuta in un piccolo paese della provincia bergamasca. Il mio primo viaggio da sola mi porta tra le incantevoli montagne della Bulgaria, paese non propriamente turistico, ma che trova la sua immensa bellezza anche in questo. L’itinerario? Un tortuoso viaggio di 19 giorni tra i centro città di Sofia, Plovdiv, Burgas, Nessebar, Varna e Veliko Tarnovo, fino alle zone meno battute come Melnik, Kazanluk, Kavarna, Ruse e Gabrovo.

Se vi state chiedendo per quale motivo io abbia deciso di recarmi in Bulgaria, sappiate che anche i bulgari se lo sono chiesti.

“Melanie, ma come mai proprio in Bulgaria?”

Il primo a farmi questa domanda è Stefan, un giovane amante della movida che mi ha accolta la sera del mio arrivo e che, dopo una presentazione iniziale, mi ha portata in un viaggio alla scoperta della cultura enogastronomica di questo paese.

Per rispondere alla domanda di Stefan, le principali motivazioni sono queste:

  1. La Bulgaria è raggiungibile con un volo diretto dall’Italia, questo vuol dire biglietti più economici e poche ore di volo.
  2. La Bulgaria è piccina e facilmente percorribile da una città all’altra.
  3. La Bulgaria è davvero economica e per una ragazza di 21 anni alle prese con i primi stipendi le nazioni dell’est Europa sono una manna dal cielo. Ahh, che bei ricordi le cene abbondanti nei mehana a 7 euro…

Sarò sincera con voi: non avevo grandi aspettative. Dopo il cinquantesimo commento sul blog di turno o l’ennesimo video su Youtube di viaggiatori che ti dicono quanto la Bulgaria sia noiosa, di quanto Sofia sia sporca, di quanto le città siano grigie, di quanto siano furbacchioni i bulgari, diventa difficile averne.

Forse per curiosità o per masochismo decido lo stesso di provarci. D’altronde ho pensato di partire da sola alla volta di un altro paese per mettermi alla prova, giusto? E allora mettiamoci alla prova.

Dove ero rimasta? Ah già, sono al tavolo del ristorante con Stefan e lui inizia a ordinare l’impensabile. Parole impronunciabili che ho poi imparato a riconoscere escono dalla sua bocca: shopska salata, ljutenica e altri nomi che la mia mente di neofita della cucina bulgara si è lasciata sfuggire.

Stefan è vegetariano e un vero buongustaio. Se avete paura di mangiare male all’estero perché “la pizza, la pasta e la parmigiana sono insuperabili” sappiate che dovrete ricredervi. Questo paese è una scoperta incredibile boccone dopo boccone, sorso dopo sorso.

La shopska salata è un piatto semplicissimo ma che più di tutti ha saputo portarmi via il cuore: un’insalata a base di pomodori, cetrioli e sirene (un formaggio tipico). È una pietanza che troverete ovunque in Bulgaria e in alcune regioni ve la serviranno con l’aggiunta di peperoni, cipolle e olive nere. La ljutenica, invece, è un condimento a base di peperoni e altre verdure che i bulgari mangiano col pane. Se avete acquistato la terza box di Micatuca avrete l’occasione di assaggiarla anche voi!

Stefan, tra una discussione sui videogiochi e una sui viaggi, mi rifila un calice di vino che contemplo con finta indifferenza. E che sarà mai questo vino bulgaro? Beh, lasciate che ve lo dica: si tratta di un’autentica prelibatezza da provare assolutamente se decidete di recarvi in questo angolo di mondo.

La mia permanenza a Sofia mi porta a scoprire i suoi piatti tipici più da vicino. Decido di partecipare a una lezione di cucina con Nikol, una ragazza del posto che mi accoglie nella sua casa. Si unisce a noi anche Fay, un’americana che ha trovato l’amore proprio in Bulgaria. Insieme prepariamo una cena tradizionale a base di tarator (una freschissima zuppa di yogurt e cetrioli), shopska salata e gyovecheta (una pietanza a base di cipolle, salsiccia e uovo, ma esistono versioni diverse). Nikol porta in tavola anche la rakia fatta in casa, la grappa tipica che i bulgari servono nei bicchierini da shot. Occhio però, la rakia va gustata lentamente: se fatta in casa può raggiungere una gradazione alcolica di 80°.

Tarator, shopska salata, rakia e formaggi bulgari a casa di Nikol.

Nikol ci racconta che ogni ricetta è frutto della sapiente conoscenza della sua carissima nonna. Il lavoro ripaga: la cena è deliziosa e la padrona di casa condivide con noi le ricette in modo da poterle riprodurre anche una volta tornate a casa.

La mia ultima mattina a Sofia comincia con una colazione insieme a Ela, che mi fa sperimentare la vera colazione bulgara: scordatevi brioche e cappuccino, i bulgari iniziano la giornata con una tale quantità di cibo da sembrare un pranzo di Natale!

Si parte dalla banitsa, un prodotto da forno a base di formaggio e verdura (di solito spinaci) che Ela mi serve con due drink: la boza e l’ayryan. Se l’ayryan è abbastanza buono e appetibile anche per un’italiana, essendo a base di yogurt, la boza vi lascerà disgustati: si tratta di una bevanda fermentata acidula a base di cereali. Cerco di non sembrare troppo schifata dal sapore per non offendere Ela, ma lei si limita a ridere divertita e consapevole, perché la boza agli stranieri raramente piace. Dopo una colazione salata, arriviamo al dolce, la mia parte preferita! Assaggio una frittella enorme ricoperta di marmellata di fragole.

Di nuovo in partenza! Destinazione? Melnik, la città più piccola della Bulgaria, vicinissima al confine con la Macedonia del Nord e la Grecia. Il viaggio non è stato semplice. Dalla stazione di Sofia raggiungo Sandanski in attesa del pullman sgangherato che mi avrebbe portata a Melnik. Mentre aspetto faccio amicizia con delle bambine rom, anche loro in attesa alla stazione insieme alla loro giovanissima madre. Finalmente arriva il pullman, troppo piccolo per accoglierci tutti, quindi ci siamo dovuti stringere.

Melnik è un tesoro sperduto che ben pochi bulgari hanno visto. Più che una città sembra uno di quei piccoli paeselli che puoi trovare anche in Italia. Conta solo 300 abitanti! Perché trascorrere la notte qui, vi chiederete? Melnik è un luogo unico per gli amanti del vino, ospita anche un museo dedicato. Si dice che Winston Churchill ordinasse da qui parte della sua scorta di vino. Da buona italiana quale sono non potevo lasciarmela scappare!

Il primo calice di tanti. D’altronde siamo a Melnik!

Viaggiare da soli ha i suoi pro: uno di questi è sicuramente il fatto di riuscire a parlare con molta più facilità con la popolazione locale. Faccio amicizia con il cuoco della guest house che mi ospita e, non appena scopre che sono italiana, i suoi occhi si illuminano e mi fa compagnia per la serata. Non so esattamente per quale motivo i bulgari siano così innamorati dell’Italia e degli italiani. Valli a capire.

Il cuoco, con il suo timido inglese, si offre di riaccompagnarmi alla stazione di Sandanski il giorno dopo con la sua auto. Lo ammetto, ero spaventata. E se mi avesse fatto qualcosa di male durante il tragitto? Ho rischiato parecchio, ma quel signore all’apparenza burbero era probabilmente la persona più gentile di questo mondo e mi ha anche aiutata ad acquistare il biglietto per la prossima destinazione. Quanti avrebbero fatto lo stesso per una semisconosciuta? Non penso lo dimenticherò mai.

Man mano che scrivo mi rendo conto di quante cose potrei raccontare del mio viaggio. Forse troppe per un solo articolo. Gli abitanti che ho conosciuto e gli altri viaggiatori incontrati lungo il cammino, tutti i cibi che ho assaggiato, i luoghi che ho visitato, le avventure (molte) e le disavventure (fortunatamente poche) che ho vissuto.

Raccontare 19 giorni di vita trascorsi in 11 città diverse non è semplice e mi rendo conto che potrei scrivere un libro. Ma in casa Micatuca il cibo e la condivisione sono il fulcro di tutto, per questo voglio consegnarvi un piccolo regalo, i miei must in caso decidiate anche voi di acquistare un biglietto verso questa terra che mi ha portato via anima e cuore.

MUST-TRY
ovvero le pietanze e gli ingredienti da non lasciarsi sfuggire:

  1. Shopska salata | Piatto freschissimo e sempre buono, soprattutto se viaggiate in estate.
  2. Ljutenica | Sarà che adoro i peperoni, ma merita davvero.
  3. Vino bianco | Non partite prevenuti, godetevelo mentre chiacchierate con i locali.
  4. Lokum | Cercate le pasticcerie turche, li hanno di sicuro.
  5. Rakia | Anche solo per il gusto di provarla una volta.

MUST-DO
ovvero le attività che rifarei mille volte:

  1. Tour enogastronomici | Molti bulgari sono disposti a portarvi in giro per la città a provare i piatti locali ed è un modo perfetto per ambientarvi.
  2. Free walking tour | Tour a piedi gratuiti organizzati da no-profit, consigliatissimi quelli di Sofia e Plovdiv, la passione di questi ragazzi vi lascerà un ricordo indimenticabile (info: https://freesofiatour.com/ e http://www.freeplovdivtour.com/).
  3. The New Sofia Pub Crawl | Bulgari e viaggiatori stranieri si trovano tutti insieme per una serata all’insegna della cultura alcolica! I ragazzi che organizzano l’evento vi accompagneranno nei migliori bar e locali di Sofia e avrete l’occasione di conoscere persone da tutto il mondo mentre sorseggiate birra, vino e grappa (info: http://www.thenewsofiapubcrawl.com/).
  4. Kayak | La mia prima volta in kayak, un’emozione indescrivibile! Io mi sono rivolta a Galin e Valya, espertissimi che operano nella zona di Kavarna. Lo so, è una parte abbastanza isolata della Bulgaria, ma ne vale la pena e il tramonto sul Mar Nero in kayak non ha prezzo (info: https://www.facebook.com/seakayakingbulgaria/).

Visita al villaggio di Etar | Situato a 8 km da Gabrovo, questo villaggio promette di lasciarvi senza fiato per la sua bellezza e potrete scoprire molti aspetti della cultura di questo paese (avrete anche la possibilità di acquistare qualche souvenir realizzato da artigiani).

Kayak al tramonto vicino alle coste del Mar Nero, Kavarna.

MUST-VISIT
ovvero le città che non potete assolutamente perdervi:

  1. Sofia | Non particolarmente bella dal punto di vista estetico se non per i suoi parchi e le chiese, ma la quantità di cose da fare e il suo valore storico meritano almeno due giorni pieni di visita.
  2. Plovdiv | Storia, cultura, bellezza, gioventù. Imperdibile il quartiere artistico di Kapana. È stata capitale europea della cultura nel 2019 insieme alla nostra Matera.
  3. Nessebar | Patrimonio dell’Unesco a due passi dal mare. Non troverete niente di simile in nessun altro luogo della Bulgaria. Passateci almeno una notte, non è particolarmente grande. Occhio ai tassisti che cercheranno di farvi pagare 20 leva (10 €) come tariffa base.
  4. Veliko Tarnovo | Alcuni la definiscono la vera capitale della Bulgaria (lo è stata fino al 1879). Paesaggi incantevoli e popolazione cordiale.
  5. Ruse e Gabrovo | Menzione speciale per queste due città che vi consiglio di visitare se avete tanto tempo e voglia di macinarvi qualche ora di auto o pullman. Ruse si trova al confine con la Romania, è una cittadina graziosa conosciuta come la Vienna della Bulgaria. Fatevi una passeggiata lungo il Danubio mentre siete lì. Gabrovo merita una visita per il suo museo interattivo dell’industria, il museo degli scherzi e della satira e per il vicino villaggio di Etar.

MUST-KNOW
ovvero piccole curiosità e altre cose che avrei preferito sapere prima di recarmi in Bulgaria:

  1. Taxi | Costano pochissimo, pagare 0,80 € al km è già tanto (anche nelle grandi città). Tenete conto che vi capiterà di pagare qualcosina in più solo perché siete stranieri.
  2. Amichevoli più o meno | Considerazione puramente personale: ho notato che i bulgari sono generalmente un po’ più scontrosi con gli stranieri nelle zone occidentali, mentre tendono a diventare più amichevoli man mano che vi spostate verso est. Chiaramente non è una regola fissa, ma anche queste piccole differenze rendono il viaggio più interessante.
  3. Cirillico | Sapevate che questa scrittura è stata inventata in Bulgaria e non in Russia come si potrebbe pensare? Parlando di cirillico, non vi farà male imparare a leggerlo, soprattutto se viaggiate con i mezzi pubblici: non troverete scritte in inglese nemmeno nella stazione dei pullman di Sofia. In caso chiedete indicazioni ai passanti, nessuno si è mai rifiutato di aiutarmi.
  4. Gatti | Spero non siate allergici ai gatti perché queste amorevoli palle di pelo sono ovunque in Bulgaria. Non importa se in città o nei paeselli, al mare o in montagna, non girerete mai l’angolo della strada senza incontrarne uno appollaiato sul marciapiede. Se vi piacciono date loro una carezza: sono addomesticati e abituati alle coccole dei bulgari che li amano da morire.
  5. Storia | La Bulgaria proviene da un passato difficile e si sta con fatica riprendendo da una situazione di povertà e disoccupazione che ha portato il paese a perdere un milione di abitanti in pochi anni. Se entrate in confidenza con qualcuno del posto non abbiate paura di chiedere come si viveva prima degli anni ‘90 e la loro opinione sulla trasformazione storica del paese. Nel mio caso ho trovato bulgari felici di come sono andate le cose e altri che invece avrebbero preferito continuare a vivere come all’epoca. Ricordate sempre di essere rispettosi dell’opinione di tutti: mostratevi curiosi, mai giudici.

Grazie Micatuca per avermi dato l’opportunità di scrivere questo articolo. Continuate a seguire il blog!

Prenotare un weekend a Istanbul dopo aver visto Chef’s Table su Netflix

Come nasce la voglia di un viaggio?

Magari di un viaggio oltre oceano, o per lo meno in un continente diverso dal tuo?

Ho scritto una lista molto lunga di ciò che personalmente mi spinge a preparare una valigia, a scegliere le scarpe da portare, a comprare i voli giusti, con qualche compromesso di scali e compagnie low cost, a trovare ciò che davvero mi spinge a viaggiare.

Nulla, non ho trovato un vero unico motivo.

Anzi, credo di aver trovato una miscellanea di ingredienti, di storie e profumi da far invidia a Chatwin o a Marco Polo.

Ciò che ci spinge a viaggiare è del tutto personale, così personale da non riuscire nemmeno a spiegarlo, lo si fa per curiosità, per voglia di cambiare aria, per poter portare a casa un racconto esotico, per visitare i luoghi dove i tuoi eroi hanno vissuto, perché vuoi raggiungere qualcuno, oppure, come spesso succede a me, perché scopri una cucina così attraente che non puoi fare a meno di andare a provarla là dove è nata e viene tramandata.

Da Netflix a Istanbul

E’ successo così per il viaggio ad Istanbul, eterna, infinita città piena di sorprese pronte ad ammaliarti.

E’ successo così, semplicemente, mentre con la mia migliore amica guardavamo una puntata di Chef’s table, la classica serata Netflix, abbiamo cominciato a sognare grazie a Musa Dagdeviren e il suo ristorante Ciya, che racchiude le tradizioni di una regione sconfinata.

Con il languorino, gli occhi pieni di amore verso quell’antropologo del cibo che viaggia attraverso la Turchia per recuperare una cucina quasi persa, ci siamo subito fiondate a prenotare il nostro week end lungo culinario nella capitale di quello che è stato uno degli imperi più potenti del mondo.

In un inizio dicembre abbiamo preparato le valigie e siamo partite.

Ad accoglierci: una pioggia torrenziale, un traffico, come quello delle 18 quando devi attraversare la città e hai fretta, e una lingua ostica a dir poco.

Per fortuna, al nostro arrivo al bed and breakfast in centro città antica nel distretto di Fatih, ci aspettava il profumo di agnello arrosto e di frittelle, che non ci ha mai lasciato per tutta la vacanza.

Abbiamo scoperto che la cucina turca, si è semplificata nei decenni, come per un volere del tutto turistico, i ristoranti hanno cominciato a proporre sempre meno piatti caratteristici e sempre più piatti “semplici e veloci”, buoni in ogni caso, ma dopo un paio di giorni, per noi erano diventati piuttosto impegnativi.

Quindi dopo tre giorni di zuppa di lenticchie rosse, irrorate da una buona dose di limone spremuto, kofte, kebab, lahmacun e dolci stucchevoli e pieni di miele (per cui però varrebbe la pena scrivere un articolo a parte), abbiamo deciso di coronare il nostro sogno e di inoltrarci in una zona di Istanbul poco conosciuta dai turisti durante il giorno, ma piena di vita fino a notte tardi: Kadikoy, un distretto situato nella parte asiatica della città, affacciato sul mar di Marmara.

Il quartiere di Kadikoy

Quartiere hipster e giovane della città dove la sera gli amici si incontrano per bere e stare insieme in tranquillità; di giorno invece è incredibilmente pieno di negozietti rustici, che vendono vinili, calze colorate, saponi intagliati a mano, vestiti dark e altre mille mercanzie.

Appena arrivate però, ci siamo fiondate subito nella zona del mercato all’aperto e dei ristoranti , e ci siamo ritrovate in un ambiente vero, brulicante di vita e di persone assonnate che alle 10 mattina alzavano le serrande della loro bottega di pesce, carne, verdura, spezie, datteri, lukum e chi più ne ha più ne metta.

Dolcetti turchi / Foto di Flavia

Dopo aver scoperto il dolce più buono e meno dolce del mondo, una specie di stringa di frutta essiccata con le nocciole o le noci, di cui non ricordo il nome, aver svaligiato il posto più bello del mondo per i nostri souvenir, dopo esserci perse per le vie di questo coloratissimo quartiere, ci siamo riposate e rifocillate in una panetteria che sfornava byurek caldi e ripieni di formaggio fresco, spinaci, carne macinata, formaggio filante e ci siamo sciolte nel caldo di quel formaggio che in Italia non si trova mai, bevendo tè bollente, rigeneranti per quel gelo tagliente.

Un aperitivo perfetto, servite e riverite da un gestore panciuto e pieno di barba che ci ha regalato un pezzetto di byurek in più.
Insomma un delizioso inizio per una giornata che si pregustava diversa.

Il vero motivo del viaggio: il Ristorante Cyia

All’una spaccata, come delle vere milanesi imbruttite, ci siamo sedute al tavolo del piano alto del ristorante da noi tanto anelato da mesi: Cyia.

Ciya – Istanbul / Foto di Flavia

E così ci siamo tuffate in una avventura culinaria non da poco, per stomaci forti e nasi non troppo delicati. Abbiamo affrontato con decisione, un lahamacun eccezionale, delle polpettine di tapioca con menta e yogurt e dell’ intestino di agnello da latte ripieno di bulgur con una salsa di pomodoro, il tutto accompagnato dall’ayran casereccio più buono che avessi mai assaggiato (per chi non lo conosce è una bevanda tipica dei balcani, a base di yogurt fresco, sale e acqua).

Il dolce non ci siamo azzardate a prenderlo visto l’imponenza del pranzo. Così rotolanti, siamo tornate verso la città antica, nella zona occidentale, con gli ambulanti che arrostiscono le pannocchie, i caldarrostai, i gatti imploranti che vogliono qualsiasi tipo di cibo, e il forte, fortissimo profumo di agnello arrosto.

L’ultimo pasto di questa vacanza breve, ma meravigliosamente intensa, l’abbiamo mangiato in un ristorante turistico, ringraziando i gusti meno intensi di quella zuppa di lenticchie rosse e limone e le polpettine di agnello e cipolla.

Ma se c’è una cosa di cui sono certa è che ci torneremo. Come ci siamo promesse davanti all’ultimo dolcetto fritto pieno di miele e pistacchi, bevendo la spremuta di melograno, nar eksisi, più buona che abbia mai assaggiato. Ci torneremo per rivivere quei 5 giorni di freddo, cultura, storia e cibi deliziosi, ma impegnativi, che tanto abbiamo amato, e che ancora ci portiamo dietro nei ricordi.

Paese che vai, street food che trovi.

Lo street food, oggi moda indiscussa che attrae chef, instagram star e al contempo esperti di tradizioni culinarie, esiste in realtà da tempo immemore, e da sempre i suoi consumatori tipici non sono i giovani turisti alla ricerca di qualcosa per saziarsi dopo un aperitivo, ma persone provenienti da ogni possibile classe sociale, soprattutto quelle meno abbienti. Il cibo di strada infatti è stato per secoli il cibo prediletto di chi non aveva una cucina in casa, o di chi, volendo consumare un pasto veloce e molto molto economico, optava per un cibo espresso, tradizionale e rigorosamente servito in strada.

Oggi lo street food è parte del viaggio. Si pianificano i viaggi anche a partire dal cibo che si incontrerà nei mercati, nelle piazze, nei chiostri sparsi fra le vie. Grazie al cibo di strada abbiamo imparato ad assaggiare piatti tipici, a non indugiare davanti ad un piatto fumante ma non propriamente vicino alle nsotre abitudini alimentari. Abbiamo imparato a mangiarlo in piedi, accovacciati, seduti a gambe incrociate su un tappeto o su tavolini di plastica condivisi con gente del posto. Veloce, economico, reale, immersivo: lo street food ci chiama e ci racconta ogni volta qualcosa di incredibile della cultura di un paese.

Ma dove si trova il migliore street food del mondo?

migliore street food del mondo

 

Bangkok, Thailandia

Dalla colazione alla cena, gli street food thailandesi rispondono a qualsiasi richiesta! Ad ogni angolo della città è possibile assaggiare specialità di carne e pesce, servite rigorosamente con il riso, tra cui il Khao Man Gai (pollo al vapore con riso), il Khao Pad (riso fritto, tipicamente servito con gamberetti e ananas), o ancora il Congee, un porridge di riso con polpette speziate di maiale.
Non fatevi sfuggire la massima prelibatezze della cucina thailandese, gli insetti!

Honolulu, Hawaii

No, nelle hawaii non si mangia solo poke. Se ne avete abbastanza delle tante instagrammate bowl (fun fact: si pronuncia po-kay!), la cucina di strada hawaiana ha molto altro da offrire: il pollo huli huli, pollo allo spiedo servito con una salsa speciale, inventata dall’ufficiale della marina Ernest Morgado e i cui ingredienti sono ovviamente segreti, o gli spam musubi, la versione hawaiiana degli onigiri, ma preparati con della carne in scatola (uno dei principali alimenti durante la Seconda Guerra Mondiale, epoca in cui nasce la pietanza), invece che con del pesce crudo.

Città del Messico, Messico

In Messico il cibo di strada viene chiamato antojito, “piccola voglia”, proprio perché può essere gustato a qualsiasi ora del giorno ( e della notte!). Cosa trovare? Pietanze a base di mais, mais e ancora mais: tortillas, tostadas e quesadillas, piadine fatte di farina di mais di diverse forme e varianti generalmente farcite con carne, formaggio filante ed arricchite da spezie, lime e peperoncino. Dove mangiare? Ovunque! Sarà difficile trovare una via senza street food!

migliore street food del mondo sigaporeSingapore

Ovvero la città dove lo street food è stellato: con meno di due euro è possibile provare il pollo alla salsa di soia con riso o noodles all’ Hong Kong Soya Sauce Chicken Rice & Noodle, di proprietà dello chef chef Chan Hon Meng, il quale- nonostante il successo- ha deciso di non aumentare i prezzi. Per chi preferisce lo street food “tradizionale”, recatevi in uno dei numerosi banchetti disseminati per la città per gustare il laksa, noodles di riso cotti in una salsa di curry al cocco e accompagnati da gamberetti o molluschi o il pollo hainanese, cotto in acqua bollente ed immerso in acqua gelata prima di essere tagliato, per rendere la carne tenera ed accompagnato dal riso cotto nel brodo di carne.

Marrakech, Marocco

Nel cuore della Medina di Marrakech, si trova Place Djemaa el Fna, luogo di culto per chi ama lo street food. Immergetevi in una nuvola di spezie e calore, e fermatevi per la tanjia di manzo, uno stufato di zampone di manzo che viene cotto per ore all’interno di una piccola anfora di terracotta sigillata e condito con burro, spezie, e limone in salamoia, o ancora l’harira, la zuppa berbera speziata e simbolo dei 30 giorni di Ramadan. Per un overdose di zucchero, da provare è la Chebakia, un dolce al sesamo a forma di fiore, fritto e ricoperto da sciroppo o miele.

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